B U R E A U   O F   P U B L I C   S E C R E T S


 

Ken Knabb, l’Internazionale Situazionista
e la Controcultura nord-americana


L’originalità della controcultura e della sinistra americana

Gli Stati Uniti sono molto diversi dall’Europa, pur essendone al contempo la quintessenza. Non c’è nulla di sorprendente in tutto questo, poiché essi sono costituiti da continue migrazioni di popolazioni e di idee europee, che arrivarono in America proprio perché non trovavano posto nei loro paesi d’origine. Gli Stati Uniti sono formati da ciò che era davvero inammissibile in Europa. Sono la sintesi di tutti gli eccessi europei.

Questo “estremismo” americano, tuttavia, assume un carattere moderato, equilibrato, e di una certa ponderazione rispetto all’Europa, dove invece le tentazioni sono tradizionalmente più grandi e più orientate a ridurre tutti sotto lo stesso modello. E pluribus unum (Da molti, uno soltanto) rimane il motto degli Stati Uniti. La sinistra americana sembra quindi, al tempo stesso, più radicale e più “pura” che altrove.

Il movimento dei lavoratori negli Stati Uniti fu anche una sintesi dei movimenti operai europei. I principali teorici e attivisti s’incontrarono lì verso la fine del XIX secolo, in seguito a forti migrazioni innescate dalle repressioni europee o dalla povertà. Non è una casualità che il 1° maggio 1886 di Chicago sia diventato una celebrazione internazionale.

C’è ancora un altro aspetto generalmente dimenticato degli Stati Uniti: essi provengono da una rivoluzione che non è mai stata schiacciata. È quindi molto diverso dai paesi dell’Europa, che si possono dividere in tre gruppi: quelli che hanno attraversato profondi cambiamenti prima, ma con principi costituzionali meno saldamente stabiliti (Olanda, Svizzera, Gran Bretagna) ; quelli che hanno vissuto cicli di rivoluzioni e controrivoluzioni, come la Francia; e quelli che sono arrivati a “regimi democratici” solo molto tardi, e spesso sotto l’influenza straniera. In questo contesto europeo, la rivoluzione è spesso vista come un punto critico al di sotto del quale nulla è possibile; e il riformismo viene visto come sua alternativa. Lo slogan dell’IWW, “To build the new world in the shell of the old” (costruire il nuovo mondo dentro il guscio di quello vecchio), denota uno stato d’animo più originale.

D’altra parte, gli Stati Uniti per lungo tempo hanno dato l’impressione di essere culturalmente primitivi. Questo non vuol dire che mancassero realmente dei grandi scrittori, dei grandi filosofi e dei grandi artisti (Walt Whitman [1819-1892], Henry David Thoreau [1817-1862], Ralph Waldo Emerson [1803-1882], Charles Sanders Peirce [1839-1914], William James [1842-1910]), ma che la cultura aveva mantenuto un elemento della natura selvaggia del Nuovo Mondo. Concord, la capitale della cultura americana, era solo un piccolo borgo rurale, situato a due passi dalle tribù neolitiche.

La cultura, il pensiero, la critica sociale negli Stati Uniti sono “selvaggi” nella stessa misura in cui in Europa sono “urbani” nell’accezione più opposta dei termini. Kenneth Rexroth, uno dei padri di questa controcultura, e l’uomo che certamente ha avuto maggior influenza su Ken Knabb, è stato il rappresentante stesso di questa America. Aveva preso parte nell’IWW, da giovane aveva lavorato come agricoltore e tagliaboschi, e, come se questo esilio da ogni civiltà aprisse la porta di ciascuno, aveva scritto su tutto ciò che concerne più profondamente le più diverse espressioni della cultura universale.

 

L’Internazionale Situazionista e la controcultura americana

L’Internazionale Situazionista (IS) è riuscita a volte a far completamente dimenticare il fatto di essere nata come avanguardia artistica, più o meno direttamente sull’onda del movimento surrealista e del gruppo COBRA (dalle lettere iniziali delle tre città: Copenhagen, Bruxelles, Amsterdam). L’originalità del contributo situazionista consisteva in un rinnovamento radicale dei rapporti tra arte e lotta sociale. Questo è ciò che ha portato al suo successo e, in maniera meno visibile, anche al suo fallimento.

Il suo successo? Sì, nella misura in cui alcune posizioni di base dell’IS hanno avuto conseguenze a lungo termine che hanno stravolto le idee convenzionali con una logica implacabile, la cui potenza era almeno intuitivamente evidente. Il suo fallimento? Anche, in quanto questi effetti corrosivi non hanno modificato significativamente la direzione delle lotte sociali.

I rapporti tra il movimento rivoluzionario dei lavoratori e la cultura sono sempre stati ambigui. A volte la cultura viene considerata come sottomessa alla classe dominante, e pertanto viene vista con diffidenza, altre volte viene considerata come un santuario, uno spazio protetto al di là delle divisioni di classe. A volte l’artista, l’intellettuale, è sospettato di essere un “nemico di classe”; altre volte invece ci si aspetta che egli sia “impegnato socialmente” e che presumibilmente faccia buon uso del potenziale impatto della sua posizione culturale, anche se tuttavia non sempre è chiaro in cosa né come la sua propria attività e la sua ricerca possano determinare un tale impegno sociale.

La posizione iniziale dell’IS si poneva immediatamente al di sopra e oltre questa doppia impasse. In che modo? Innanzitutto criticando l’arte come attività separata; precisamente come un “mercato” dell’arte separato dagli altri aspetti della vita, i quali essi stessi a loro volta si riducono sempre di più ad un “mercato”. (Questa separazione mercantile diventa inoltre sempre più "spettacolare", confinando ciascun individuo in un ruolo ben definito di produttore dello spettacolo mercantile, o di consumatore, di cliente, di pubblico, di spettatore.) Successivamente, producendo opere e teorie “situazioniste”, cioè opere e teorie che non sono prigioniere delle situazioni in cui sono state prodotte, ma che affrontano tali situazioni allo scopo di modificarle.

È su quest’ultimo punto che il fallimento dell’IS risulta più evidente, dal momento che quasi nulla è davvero “cambiato”. Ma “cambiato” in che modo? Rispondere a questa domanda significa rendersi conto che questo fallimento è stato anche un successo: il fatto che le produzioni situazioniste si siano rivelate talmente indigeste che né i “mercati” dell’arte né i modelli dominanti del pensiero precostituito hanno potuto sfruttarle o offuscarle completamente.

 

Il potere sovversivo della controcultura. . .

L’Internazionale Situazionista è contemporanea della Beat Generation. Non ho la pretesa di affermare che siano due fenomeni equivalenti, o comunque molto simili; ma almeno hanno in comune il fatto che sono state le due avventure intellettuali più rilevanti degli anni sessanta. Per molti aspetti, la controcultura americana era già molto antispettacolare senza saperlo. Tuttavia ha finito col creare un suo proprio spettacolo, uno spettacolo il cui evidente successo globale in ultima analisi è servito come considerevole rafforzamento dell’imperialismo americano.

Fu antispettacolare nel senso che era apparsa immediatamente come una critica della separazione della vita, e non come un aspetto separato, un “mercato”. Essa ha rappresentato un modo molto più libero di vivere e di pensare. A questo proposito, come per l’IS, i confini tra cultura e impegno sociale erano sfocati, come erano sfocati anche i confini tra creatori e pubblico. Purtroppo furono sfocati anche i confini tra cambiamento di vita e semplice cambiamento di moda e stile di vita.

La controcultura americana era anche molto più “popolare”, molto più radicata e carica di una forte poesia del quotidiano, che in Europa si può ritrovare solo nelle migliori “canzoni popolari”. Questo è stato favorito dal fatto che negli Stati Uniti non è mai esistita una vera e propria “cultura d’élite”; ma solo una cultura “spontanea” da un lato, e dall’altro lato una cultura industriale, di massa.

Naturalmente, la cultura francese, europea, è ben altra cosa rispetto a questi specchietti per le allodole e a queste immagini illusorie della “cultura d’élite”, della cultura di massa, del folklore, o anche dei sofismi dell’ “elitismo di massa”. Esiste, ma non è identificata. Pertanto, in Europa l’IS ed altri movimenti di questo genere sono molto difficili da collocare nei musei o all’interno delle categorie del sapere accademico.

Anche se i movimenti studenteschi del 1968 hanno fornito all’IS un certo pubblico, ciò avvenne tra equivoci, fraintendimenti, e nella più totale incomprensione. In ogni caso, l’IS non è riuscita a sfondare le rigide prigioni del militantismo e della cultura, né a rovesciare il pontificato del strutturalismo o a minare le pratiche consumiste.

La controcultura negli Stati Uniti ha avuto un impatto molto più ampio e più profondo, che ha contaminato tutti gli aspetti della vita: la lotta dei ghetti, i rapporti di classe, la libertà e la dignità delle minoranze, l’invenzione artistica, letteraria, scientifica e tecnica ... Persino il più conservatore dei cittadini americani difficilmente potrebbe negare i suoi effetti stimolanti e rigenerativi.. Come d’altro canto sarebbe altrettanto difficile non vedere che alla fine essa è stata assorbita e recuperata, dissolvendosi così nello spettacolo mercantile.

 

. . . e la sua critica incosciente dello spettacolo

Un vento di libertà e d’immaginazione è soffiato sull’America del Nord degli anni sessanta, ed in particolare sulla costa occidentale. Si riassumeva nella formula più concisa possibile: Do it! È inquietante che quella libertà e quell’immaginazione abbiano finito per essere impacchettate in un’industria dello spettacolo che diviene sempre di più una parte pachidermica e strategica del mercato mondiale.

I tentativi marginali di “sbrogliarsela” hanno generato dei modi di vita e delle economie parallele che sono arrivati a modificare profondamente quelli dominanti. Questo vale, entro un certo limite, anche per lo sviluppo del personal computer, di Internet e della programmazione open-source.

L’opera di Ken Knabb, Public Secrets, è una di quelle opere che meglio comprendono e descrivono questo doppio processo. Di sicuro egli non lo fa come un sociologo o uno “specialista”. Le scienze umane dimenticano che se l’osservazione obiettiva è un fattore importante della conoscenza, l’esperienza lo è ancora di più, poiché da essa dipende in definitiva ciò che vi è da osservare. Knabb parla a partire dalle sue esperienze dirette, per quanto modeste esse possano essere..

La controcultura americana era antispettacolare senza saperlo. Questo Ken Knabb lo sapeva. E voleva che anch’essa lo sapesse. La sua prima vera “azione” fu piuttosto modesta: la distribuzione di un volantino in occasione di una lettura pubblica del poeta Gary Snyder, nel 1970.

“Non abbiamo bisogno di poeti-preti”, tale ne era il titolo, così come il contenuto. Nella sua opera, Public Secrets, egli racconta l’avvenimento con la massima sincerità. È evidente che l’autore critica innanzitutto se stesso come fan di Snyder. Come d’altronde è altrettanto evidente che se la sua critica aveva raggiunto uno scopo e aveva fatto evolvere qualcuno, si trattava in primo luogo di se stesso.

Tali osservazioni potrebbero apparire ironiche. Ken Knabb ha tuttavia ragione ad insistere; non si comprende realmente qualcosa se non vi si è implicati personalmente.

Questa scelta empirista e soggettivista è stata spesso fraintesa, e ha talvolta condotto certi situs e pro-situs ad assumere degli atteggiamenti piuttosto irritanti da moralisti e guide spirituali — più di qualcuno se ne sarà reso conto. Questo malinteso è stato ulteriormente rafforzato dall’opposizione eccessivamente semplicistica tra “vita” e “sopravvivenza” coltivato dall’IS, in particolare col Trattato del saper vivere di Vaneigem.

Tutti i sistemi coercitivi offrono la sopravvivenza in cambio della subordinazione. Lo spettacolo mercantile tuttavia nasconde la brutalità di questo scambio, celandosi dietro ad una cultura di piccoli desideri e volgari bisogni utilitaristici che non rispondono più alla necessità di sopravvivere.

Ne risulta come un punto cieco delle teorie situazioniste. Un punto cieco che tende a ridurre la critica del militantismo — come attività separata dalla vita — ad una sorta di anti-morale edonistica — che ricorda l’altra faccia della medaglia della morale tradizionale. Il malinteso proviene dalle fondamenta dell’IS.

 

Cambiare la vita

L’IS è stata fondata nel 1957 come avanguardia artistica. Era costituita da pittori, architetti, registi ... A partire dalla metà degli anni sessanta in poi, ha avuto la tendenza a farlo dimenticare, e ha iniziato ad apparire come un movimento di estrema sinistra solo un po’ più bizzarro rispetto agli altri. Lungi dal cercare di nascondere questa ambiguità, la coltivava ponendosi ironicamente come avanguardia della classe operaia.

In realtà, tuttavia, l’IS era nata da una rottura con il surrealismo, dalla critica e dal superamento del surrealismo (e dell’arte in generale). Questa critica aveva preceduto, ed infine gettato le basi per, la successiva critica situazionista delle istituzioni e dei movimenti “comunisti” e “rivoluzionari”.

Potremmo riassumere la posizione dell’IS modificando leggermente la frase di Marx: finora gli artisti hanno solamente raffigurato il mondo, adesso si tratta di cambiarlo. Sotto quest’ottica i situazionisti erano artisti nello stesso senso in cui Marx era un filosofo.

Non c’è alcuna ragione per limitarci alla filosofia e all’arte. Anche la scienza, come tante altre forme dell’attività umana, mira a trasformare il mondo. Questo desiderio di cambiamento non dovrà essere un’alternativa che implica ignorare o rifiutare la filosofia, l’arte, la scienza, ecc; ma si tratta semplicemente di criticare la loro separazione all’interno dello spettacolo mercantile.

È superfluo aggiungere che smettendo semplicemente di dipingere, di filmare, di pensare, di lavorare, di cercare, non cambierebbe nulla. Il punto, ovviamente, è che si deve agire in modo tale che queste produzioni e scoperte non sprofondino nella legge della domanda e dell’offerta, e nella circolazione di valori astratti che non fanno altro che quantificare la subordinazione.

Non è nemmeno tanto il fatto di rifiutare di vendere e di comprare cose che devono ancora essere ben redditizie, come la rivista che pubblica questo documento; Piuttosto, come i situazionisti stessi hanno fatto, a cominciare dalle loro pratiche artistiche, è una questione di coltivare le collaborazioni più ampie e più libere, evitando di essere espropriati o subordinati agli altri.

Knabb, appartenendo ad una generazione successiva, non è mai stato particolarmente sensibile al contenuto propriamente artistico dell’IS, non più di quanto quest’ultima lo fosse riguardo alla cultura americana. I suoi gusti letterari ed artistici erano contemporaneamente più “classici” (per sua propria ammissione) e meno “eurocentrici”. Ma questa questione di gusti non ha grande importanza.

Se smettiamo di vedere l’arte come un’attività separata, cosa resta di un’avanguardia artistica, se non un’avanguardia rivoluzionaria? Il preliminare artistico, tuttavia, implica una diversa concezione di rivoluzione. Cosa rimane di essa se ignoriamo l’arte?

 

L’IS per gli stupidi

In ogni caso, Knabb non può essere semplicemente classificato come un seguace dell’IS o di Kenneth Rexroth, né come un veterano della controcultura americana. Egli segue, come ha sempre fatto, il suo proprio percorso senza preoccuparsi molto di etichette e di appartenenze — diciamo semplicemente che la sua strada è passata per di là.

Questo modo di procedere senza cercare di assumere la posa di una “personalità” riconosciuta, né di presentarsi come “portavoce”, né tanto meno di nascondersi dietro l’anonimato di un “collettivo”, è la caratteristica più distintiva di Ken Knabb. Egli inoltre è in perfetto accordo con le sue posizioni.

Da ciò scaturiscono altre due qualità distintive: un’estrema chiarezza ed una grande semplicità. Qualità che allo stesso tempo lo distingueranno dai situazionisti e lo consacreranno come uno dei loro autentici successori.

Naturalmente la complessità non è necessariamente un vizio, ma tende a provocare argomentazioni di reazione che sono ancora più complesse e oscure. Alla fine dipende dalle competenze di coloro che sono coinvolti nella discussione. Infatti è più difficile smontare un pensiero semplice e chiaro, se esso è valido. E se ha alcuni punti deboli, questo non ha mai ucciso nessuno. Perché si dovrebbero temere delle critiche fondate?

Inoltre, ci sono infiniti modi per non far comprendere, e quindi per non risultare comprensibili. Uno di questi è anche quello di presentare un’apparente semplicità. Quando una pubblicità afferma che un prodotto è “facile da usare”, questo è in molti casi un modo per dire che non c’è bisogno di capire nulla per utilizzarlo — il che significa che è in realtà incomprensibile, e quindi spesso inutilizzabile. La pubblicità politica, culturale e intellettuale non fa eccezione.

È soprattutto in questo senso che le teorie situazioniste non erano “semplici”. Ma in realtà la loro complessità è stata molto esagerata. Non sono mai state così difficili da comprendere, e quindi da criticare. Criticarle era infatti una delle condizioni per diventare membri dell’IS. Questo è il motivo per cui la maggior parte delle possibili critiche dell’IS erano già state fatte in precedenza ed avevano già ricevuto risposta con anni di anticipo, fino alla dissoluzione finale del gruppo. Anche per questo motivo, tecnicamente parlando, non è mai esistito un vero e proprio “situazionismo”. La pratica dei situazionisti era talmente flessibile e dinamica che nessuna dottrina è stata in grado di prendere forma fissa durante i quindici anni di esistenza dell’IS; neppure durante tutto il tempo che è passato da allora.

In quello che rappresenta il suo stile più personale, il suo marchio, Ken Knabb è, al tempo stesso, sia un successore dell’IS sia molto lontano da essa. Più precisamente, ciò che lo caratterizza maggiormente — questo suo modo di parlare del mondo con semplicità ed in maniera umile secondo il suo punto di vista personale all’interno di esso — mi sembra paradossalmente che sia anche un segno di un cambiamento d’epoca più generale.

 

Disintegrazione dello spettacolo

Le idee non sono mai completamente separabili dalle pratiche e dalle esperienze di coloro che le formulano, né dal modo in cui esse vengono articolate e diffuse. Knabb è tra coloro che meglio lo hanno compreso, e che meglio sono riusciti nel passaggio da un’epoca all’altra. Vi è pervenuto senza averne parlato molto, come se i metodi, la tecnica, fossero impliciti.

Sa come sfruttare al meglio le risorse del computer e di internet, (più “personali”), come i situazionisti in passato erano stati maestri di quelle della brochure, del volantino, della rivista, (più tipiche del “gruppo”). E come loro, sapeva come collegare il contenuto con i mezzi appropriati. Tutti i suoi scritti sono online, in formato open source facilmente riproducibile, ed in più lingue; sono reperibili sul suo sito web “Bureau of Public Secrets”, insieme alle sue traduzioni dell’Internazionale Situazionista e ad una buona parte delle opere di Kenneth Rexroth.

Si potrebbe concludere, come spesso si ritiene, che il cambiamento d’epoca di cui parlo sia determinato dalle nuove tecnologie della comunicazione, e forse anche dalle imprese che le commercializzano. Ma ciò equivale a dimenticare che tutto questo era già in opera ai tempi del ciclostilato e poi della fotocopia. Soprattutto, questo significherebbe ignorare il fatto che nessuna tecnologia permette all’economia di sapere in che modo essa può essere utilizzata e per cosa può essere impiegata.

Quando capiremo in che modo e per quale scopo queste tecnologie potrebbero essere utilizzate, esse non costituiranno più alcun problema. Se bastasse solamente comprare apparecchiature e dispositivi costosi, o essere “bravi in informatica”, questa comprensione sarebbe più comune. I linguaggi di programmazione, il personal computer e internet sono dei notevoli strumenti per la scrittura e il pensiero, e permettono a ciascuno di essere al centro di una rete nella quale a loro volta tutti coloro che vi si collegano possono essere al centro delle loro proprie reti, in modo tale che ognuno possa seguire la propria strada senza essere intralciato incontrando quelli che seguono la loro, perché la libertà di ciascuno rafforza, e non limita, quella di tutti. Ancora, è necessario (e quasi sufficiente) che le persone sappiano cosa vogliono fare con questi mezzi!

Parlando per esperienza diretta, raramente ho trovato un modo di lavorare in gruppo che fosse più efficace e più flessibile di quanto avessi sperimentato nei miei scambi con Ken Knabb, in particolare per delle traduzioni. Nonostante fossimo separati da un continente, la nostra collaborazione era in netto contrasto con la noia, la pesantezza, la monotonia abituale e i tempi morti tipici di attività comparabili in un contesto più professionale.

Ancora una volta, una tale osservazione potrebbe apparire banale, se non insignificante. Ma io la metterei volentieri in parallelo con una certa impressione d’irrealismo che suscitano le teorie di Knabb, e che lui non si dà neanche la pena di nascondere. Perché in ultima analisi, cosa c’è di irrealistico nelle sue posizioni? Soltanto l’idea che il sistema sociale attuale potrebbe facilmente e piacevolmente essere sostituito da un nuovo modo di organizzare l’attività umana.

Quindi, questo sapere “irrealista” non dovrebbe celare quest’altro aspetto più pratico: questo modo di organizzazione, indipendentemente dal fatto che sia più libero, più piacevole e più degno dell’uomo, è efficace ed inventivo? Se lo è più delle strutture coercitive e gerarchiche che lo ostacolano e che lo bloccano, allora gli servirà un po’ di tempo, ma alla fine si diffonderà ed eventualmente prevarrà.

JEAN-PIERRE DEPÉTRIS
Ottobre 2008

 


Versione italiana di Ken Knabb, the Situationist International and the American Counterculture di Jean-Pierre Depétris. Traduzione dall’inglese di Van Thuan Nguyen. (An earlier Italian translation of this text by Omar Wisyam appeared here.)

No copyright.

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