B U R E A U   O F   P U B L I C   S E C R E T S


 

Riformismo e politica elettorale



[“Quindi ti stai battendo per il giorno della rivoluzione che arriverà quando aboliremo la rappresentanza politica e la proprietà privata, e nel frattempo sostieni che sia inutile spingere per un sistema di autentiche iniziative elettorali all'interno del contesto attuale?”]

Non sto dicendo che questi sforzi siano inutili e che non meritino di essere intrapresi con impegno e dedizione. Sto semplicemente sottolineando che, di per sé, tali cambiamenti non sono sufficienti. Nel secondo capitolo di The Joy of Revolution ho cercato di esaminare i pro e i contro delle varie tipologie di progetti riformisti. Con il rischio di semplificare eccessivamente, posso riassumere dicendo che (1) è necessario lavorare per delle riforme (o miglioramenti), e (2) le riforme da sole non sono sufficienti. Alcune riforme sono relativamente chiare, altre sono più dubbie perché implicano il proprio coinvolgimento in molti compromessi, la maggior parte sono una miscela complessa. Bisogna decidere dove si vuole mettere la propria energia, considerando sia le proprie passioni sia il proprio giudizio su come alcune particolari questioni siano collegate alla società e alle lotte sociali nel loro complesso.

Presto invierò alcuni estratti da quel capitolo relativo alla politica elettorale. Si noti che anche se la mia tendenza generale è piuttosto anti-elettorale, tuttavia non è così estremamente rigida ed assoluta (come invece lo è la tipica linea politica degli anarchici). Non sto dicendo di Non Votare, o di Non fare campagna elettorale a favore di questioni “progressiste” o di politici “progressisti”. Sto semplicemente dicendo: Sappiate quello che state facendo, siate consapevoli degli svantaggi così come dei vantaggi di qualunque azione voi stiate intraprendendo; e siate inoltre coscienti del fatto che ci sono molte altre tattiche, alcune delle quali possono essere più efficaci e più sane (perché sono più dirette e meno sovraccariche di ipocrisia ecc.). . . . Finché enormi differenze economiche continueranno ad esistere nella società nel suo insieme (affinché i milionari possano manipolare le opinioni del pubblico attraverso la pubblicità, o influenzare i funzionari eletti in modo da evitare che una determinata misura venga applicata anche se è già stata approvata ecc.) , di solito non farà molta differenza se alle persone verranno forniti dei gettoni “opportunità” per votare su qualche questione in più.

[Risposta ad un corrispondente deluso per il mio messaggio pre-elettorale sui limiti della politica elettorale: “Comprendo i limiti del processo elettorale, ma protendere così a sinistra tanto da essere lasciati fuori, non è un'opzione. I ricchi stanno usando il processo elettorale per metterci sotto ancora e ancora: a San Francisco abbiamo le proposizioni R, N e A, e noi DOBBIAMO uscire e votare contro di esse o altrimenti si scatenerà l'inferno e ce la faranno pagare cara il giorno dopo. Quindi, l'invio di una e-mail che ci dà 5 buoni motivi per starsene a casa buttando via così i nostri voti, è una mossa piuttosto imprudente, non importa quanto faccia sentire fighi ed informati. Risparmiatela pure per dopo che saremo usciti fuori tutti quanti e avremo votato per salvare la nostra pellaccia ancora una volta.”]

Credo che nella mia dichiarazione non ci sia scritto da nessuna parte di “Non votare.”  Al contrario, mi sono esplicitamente (anche se brevemente) dissociato dalla tipica posizione anarchica (che è infatti quella di sollecitare la gente a non votare). Ho semplicemente fatto notare i limiti del mettere tutte le tue uova in questo paniere estremamente truccato, che è proprio uno dei principali modi in cui l'attenzione della gente viene deviata da altre tattiche e possibilità.

Per favore, tieni presente, inoltre, che il messaggio che ho spedito conteneva solo pochi estratti presi da un testo molto più lungo, The Joy of Revolution. Ecco un altro brano dal Capitolo 2 di quel testo:

In nome del realismo, i riformisti si limitano a perseguire obiettivi "vincenti", ma anche quando riescono ad ottenere qualche piccolo aggiustamento nel sistema, di solito questo è compensato da qualche altro sviluppo ad un altro livello. Questo non significa che le riforme siano irrilevanti, ma che sono semplicemente insufficienti. Dobbiamo continuare a resistere a particolari mali, ma dobbiamo anche riconoscere che il sistema continuerà a generarne di nuovi finché non metteremo fine a tutto questo. Supporre che una serie di riforme possa alla fine costituire un cambiamento qualitativo, è come pensare di poter attraversare un baratro di dieci piedi facendo una serie di saltelli di un piede.

Le questioni sociali sono interconnesse in maniera complessa. Le persone devono essere incoraggiate ad esaminare attentamente queste interrelazioni, e pensare ed agire per se stesse invece di limitarsi a reagire a un continuo susseguirsi di "questioni urgenti" che lo spettacolo gli presenta davanti, sennò il sistema non potrà mai essere cambiato.

KEN KNABB
Ottobre 2002

 


 Versione italiana di Reformism and Electoral Politics, traduzione dall’inglese di Van Thuan Nguyen.

No copyright.

[Altri testi in Italiano]

 

 


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